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Omaggio a Chopin
e Leopardi

Arnoldo Foà

Giorgio Costa

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Atteso che Leopardi e Chopin sono due geni, rispettivamente della poesia e della musica, disponiamoci pure a ripetere la nota massima che suona così: "i geni sono irriducibili, cioè sono solo se stessi. Anche se, radicati nel loro tempo, attingono qualcosa alla tradizione, essi trasformano in nuova sostanza le influenze ricevute dagli altri e dall’ambiente". Ma il discorso non può finire qui, perché esistono fili invisibili che associano spiriti lontani e cammini erti lungo i quali un genio procede solitario, ma avendo la sorpresa di ritrovare sulla vetta le tracce di un’altra presenza geniale.Ci sono testimonianze stupefacenti circa l’accostabilità di Leopardi e di Chopin. Cominciamo da Friedrich Nietzsche, che a distanza di una generazione dai due artisti, ci da un saggio di critica intuizionistica, una sorta di profetismo ispirato: "L’ultimo dei musicisti più recenti, il polacco Chopin, l’unico a cui si addice l’epiteto di inimitabile, ha contemplato e adorato tutta la bellezza della poesia leopardiana prima di suscitare la sua musica così toccante". Geoge Sand (scrittrice e donna di mondo, compagna del nostro musico in un rapporto tormentato, simile a quello di Lesbia con Catullo) ha scritto un giudizio che ben coglie la pregnanza dell’arte chopiniana, che è musica aperta alla poesia: "Egli, sopra un solo strumento musicale, ha fatto passare linguaggi infiniti". E il grosso pubblico, che lo proclama "poeta del pianoforte", conferma questa trasversalità dell’arte geniale che interseca di slancio generi tenuti separati dalla tradizione. Leopardi dette il titolo di "Canti" alla raccolta delle sue liriche, fin dal tempo della prima edizione fiorentina (1831), intendendo significare che i suoi componimenti avevano anche una valenza musicale: "Ho inteso suscitare in chi legga o ascolti i miei versi gli stessi effetti assegnati al suono e al canto e a tutto ciò che spetta all’udito" (Zibaldone, 1927). Non si dimentichi che, ai primordi della nostra cultura occidentale, la poesia sorse in simbiosi con la musica. Il verso classico è a noi pervenuto scandito da quelle regole metrico-prosodiche che testimoniano ancora oggi che l’impasto tra poesia e musica costituì la forma più ricorrente di comunicazione artistica, che risuonò nei teatri, nei conviti, nelle piazze e nelle scuole del mondo antico. Leopardi, infatti, ebbe cura gelosa che nella sua poesia (ma anche nella sua prosa, specialmente nelle Operette Morali) vibrassero melodie e ritmi frutto di opportune scelte lessicali e sintattiche. E non disdegnò, per questo, di guardare con interesse alle ricerche formali dei poeti melici dei ‘600. Se per Leopardi la poesia si apre alla musica, vale per Chopin la reciprocità simmetrica; la sua musica ha tale potenza e pienezza di espressione da valere una comunicazione letteraria. Le sue Ballate, ad esempio, pur ispirandosi a leggende epico-liriche del popolo polacco (Le stesse che il connazionale Adam Mickiewitz ytrattò nei suoi poemi), non necessitano di esplicazioni narrative, perché la sua musica ha valenza poetica. Non per nulla siamo soliti attribuire a composizioni chopiniane titoli di sapore letterario: "La caduta di Varsavia" per indicare un famoso studio, "Il Secondo Amleto" per significare un notturno carico di forza enigmatica, e così via. A dispetto di vistose differenze (mentre il poeta italiano ha alle sue spalle tutto un retroterra filosofico e teologico, da cui accede alla ricerca morale, il musico polacco ha immediati interessi etici, quali la patria, martoriata sotto il dispotismo russo, la libertà, l’amore come metafora della felicità — interessi che sono le ricca fonte della sua ispirazione -), i nostri due artisti vanno di concerto e possono dirsi genialmente fratelli per la comune capacità di commuoversi davanti al destino umano e per la medesima attitudine a frugare nel cuore (l’eredità di Agostino e di Pascal) onde spremerne i sentimenti cangianti. Entrambi appartennero alla stagione romantica, di cui furono interpreti pur nell’autonomia della loro vocazione artistica, caratterizzata da una equilibrata sintesi di istanze classiche e moderne. Essi sono da annoverare tra i romantici "creativi", a cui stette più a cuore la realizzazione in concreto dell’arte che non la discussione teorica. Un destino tragico troncò la loro vita all’età di 39 anni, dopo un’esistenza travagliata da malattie croniche, in un’alternanza di prostrazioni e di speranze. Sentirono entrambi il rustico fascino della campagna e delle umili figure che la popolano (taciamo di Leopardi, più noto, per dare rilievo al debito che Chopin ha avuto verso il dialetto musicale polacco, appreso dalla viva esperienza di danze e canti nelle lunghe sere estive trascorse a Szafarnia, il paradiso della sua infanzia). Gastone Belotti (il miglior biografo italiano di Chopin) paragona esplicitamente il modo di comporre del grande musico a quello adottato da Leopardi, definendolo "tormentoso", in quanto cosparso di correzioni che in genere mirano a preservare l’originaria ispirazione. Ma il citato biografo si spinge oltre, associando i due artisti per il modo di svolgere il discorso poetico-musicale. "Essi non suddividono il tema in parti precostituite, né aggiungono sviluppi secondo le leggi di associazione e di contrasto, e nemmeno concludono come hanno iniziato. Essi, mentre raccontano qualcosa raccontano se stessi, restando fedeli alla natura del racconto, che è un’entità emozionale ed effusiva, che tende a fluttuare per l’intervento di varianti e con il mutare del tono". Accade anche —a sorpresa- che un commentatore impegnato a illustrare una composizione chopiniana si serva del richiamo a Leopardi, come termine di analogia. Così abbiamo letto: "Vi è una singolare corrispondenza tra la lirica leopardiana "A se stesso" e il Preludio n. 2 del musico polacco: i suoni aspri e cupi e la cadenza spezzata sono nell’una e nell’altra composizione originate da uno stesso stato d’animo di cocente delusione". Questi spontanei e insistenti richiami non possono nascere da un’infatuazione, ma presuppongono una realtà sussistente. La stessa che parla agli studenti —al momento della conclusione dei loro studi liceali- quando si persuadono della grandezza dell’uno e dell’altro artista, rispettosamente non la contestano, cercano solo di capirla meglio.

 Luigi Costa